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(in originale: “Georgia rule”)

Regista Garry Marshall

2007

 

E’ recentemente comparso in TV. Il titolo è ben poco allettante. Il motivo per cui ho cominciato a vederlo è stato la curiosità legata all’attrice che interpreta Georgia, Jane Fonda. Doveva essere una commedia o una drama-comedy.

Lo scenario che si è aperto è stato di tutt’altro tipo e il prodotto finito merita abbastanza le critiche negative che ho trovato girando in internet: un film ‘né carne né pesce’, che coniuga situazioni comiche e paradossali con contenuti molto pesanti, senza le emozioni che ci aspettiamo di provare al riguardo.

Tuttavia qualcosa di interessante c’è, e forse più evidente agli addetti ai lavori che a un pubblico indeterminato. Ed è ciò che mi ha motivato a scrivere questo commento e a consigliare la visione del film.

Le tre donne al centro della storia delineano il panorama quasi completo delle Esperienze Sfavorevoli Infantili dell’ACE study.

La nonna Georgia è vittima di trascuratezza affettiva; sposata con un uomo che si rivelerà un alcolista è forzata a irrigidire la stretta osservanza di principi morali (le ‘regole’), modello operativo assorbito in famiglia, come unica forma di consistenza.

La madre Lily è stata esposta senza sufficiente protezione da parte di Georgia all’alcolismo del padre, ormai defunto; uscita precocemente dalla famiglia, è diventata a sua volta alcolista, e ha un matrimonio fallito alle spalle, da cui è nata la figlia Rachel, ora 17enne. Ha un nuovo compagno, avvocato e abbiente, con cui sente di poter riparare le precedenti ferite della vita, anche se non ha risolto affatto i problemi con l’alcol.

La giovane protagonista, Rachel, è provocatoria e ribelle; ha provato droghe pesanti, è gravemente promiscua, ha condotte devianti e pericolose.

L’ultima bravata di Rachel induce Lily ad affidarla per il periodo estivo, in attesa del college, a sua madre Georgia, che non vede da molti anni, nella speranza che riesca a ‘inquadrare’ la nipote con le sue regole.

Dietro le quinte c’è un abuso sessuale subito dai 12 ai 14 anni da Rachel da parte del patrigno, nel periodo di florido alcolismo della madre.

Lo svelamento segue la classica traiettoria di mezze dichiarazioni shock consegnate fuori dalla famiglia, seguite da una girandola di ritrattazioni, implicite ammissioni o ‘non negazioni’, piccole aggiunte progressive alla rivelazione. Rachel teme di rovinare il sogno di felicità della madre facendo piena luce sul comportamento del patrigno; la sua ritrattazione con lei ottiene l’effetto di confonderla, confermare il proprio personaggio di bugiarda, indurla a riprendere il rapporto con il compagno, che ovviamente nega e magnanimamente afferma di non sentire rancore verso Rachel.

La ragazza gusta il sapore amaro di questo ‘sacrificio’, che non è puramente oblativo ma molto affonda le radici nel suo senso di colpa per aver gradito, almeno all’inizio, quelle attenzioni e quell’affetto ‘speciale’ da parte del patrigno.

Ma la verità brucia dentro e Rachel cerca un confronto diretto con il patrigno, non abbandonando il suo stile da ‘bad girl’ e usando il suo potere su di lui, con l’obiettivo di ottenere soldi per sé e garanzia di felicità per la madre.

Proprio il vistoso regalo che il patrigno fa a Rachel per ‘premiarla per la sua sincerità’ (cioè la ritrattazione) aprirà infine gli occhi a Lily, convincendola della  colpevolezza di lui. Messo alle strette il compagno ammetterà, ma sostenendo di essere stato sedotto dalla figliastra.

Intorno a queste vicende si snodano i due filoni della promiscuità sintomatica di Rachel e dell’effetto domino che la sua rivelazione avrà per portare allo scoperto i nodi relazionali pregressi tra Lily e Georgia.

 

Quello che mi ha più sorpreso è stata la precisione con cui questi meandri dei processi di rivelazione sono raccontati.

Ma più ancora ‘la banalità del male’, come queste enormi esperienze traumatiche siano mescolate a una quotidianità dove anche gli indicatori di malessere più preoccupanti non suscitano domande sui perché.

Quello che può apparire, per come è confezionato, ‘un polpettone’ incapace di suscitare profonde emozioni nello spettatore, è drammaticamente vicino alla realtà che vediamo passare tutti i giorni nei nostri Servizi o studi privati, con lo stesso effetto confondente.