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Sono 5.930 in Italia i minori vittime di maltrattamenti in famiglia, violenza e abusi: il 60,5% riguarda le bambine e le ragazze che rappresentano la fascia più vulnerabile. Una percentuale che cresce fino all’80% se il reato è a sfondo sessuale: abuso, prostituzione, pedopornografia.
“Siamo dinnanzi ad uno stato di allarmante e grave degenerazione del tessuto connettivo della società rispetto al quale è la politica che deve individuare, al più presto, soluzioni concrete. È necessario introdurre in tutto il paese un sistema chiaro di diritti e tutele per prevenireintercettare intervenire nelle situazioni di rischio. Occorre lavorare su due leve: la prevenzione e la cura. Mille sono i segnali che bambini e adolescenti lanciano agli adulti e nessun bambino va lasciato solo. Occorrono sentinelle in grado di leggere la realtà e agire”. Così commenta Gianfranco Visci, Presidente del Cismai.
Il Coordinamento ha raccolto, in occasione dell’11 Ottobre, alcune storie di bambine che, grazie all’intervento e alla cura, hanno ritrovato la forza di tornare a vivere, nonostante la sofferenza del loro vissuto.
Vi proponiamo la lettura di una di queste storie per ribadire, ancora una volta, che se non saremo capaci di garantire la tutela e il rispetto dei diritti delle bambine e delle ragazze, e di tutti i minori, non ci sarà speranza di una società migliore, di un mondo migliore.

“Non lasciavo trapelare nessuna emozione, poi ho iniziato a danzare”

Quando sono arrivata in Italia avevo appena dieci anni. Quando sono arrivata in comunità, poco più di undici. Doveva essere solo un vacanza estiva che mi avrebbe fatto trascorrere del tempo insieme al mio papà. Non lo vedevo da tanti anni. Improvvisamente, la persona di cui mi fidavo ha abusato di me. Ha violato il mio corpo, la mia fiducia, la mia infanzia. E la mamma? Non c’era. Non mi ha aiutata, non mi ha cercata, non mi ha protetta. Non mi ha più voluta. Non era una vacanza. Era un viaggio senza ritorno. Al mio arrivo in comunità non parlavo molto. Preferivo rimanere chiusa nella mia stanza, andare a scuola e a pallavolo. Gli educatori hanno provato ad avere un dialogo con me, ad ascoltare anche i miei silenzi. Non ero pronta. Non lasciavo trapelare nessuna emozione. Preferivo ascoltare la musica ed isolarmi. Spesso, lo ricordo molto bene, fissavo un lampione in giardino, a lungo. Altre volte il muro. Mi bloccavo, qualcosa dentro di me faceva fermare non solo la mia mente e i miei pensieri, ma anche il mio corpo. Ci ho messo tanto a fidarmi di loro, ancor di più ad affidarmi. Ho imparato a farmi conoscere, a condividere le mie passioni, le mie paure. Con l’inizio delle medie ho iniziato a danzare, a conoscere gente e ad avere una grande cerchia di amiche. Ho cominciato ad uscire al pomeriggio e a godermi la presenza dei miei educatori la sera, quando i più piccoli andavano a letto e io potevo guardare un film in tranquillità, dedicandomi alla passione che sarebbe poi diventata il mio lavoro: l’estetica. Devo ammettere che le educatrici erano contente di essere le mie cavie. Ho provato, dopo qualche anno, a parlare con il papà. Ha negato tutto. Ho tentato il contatto telefonico con la mamma. Non ha avuto alcun successo. Sono quindi stata costretta a voltare pagina. Alla fine della terza media ho conosciuto i miei genitori affidatari. Durante gli esami, alle mie spalle, erano lì. Le due persone che mi avrebbero accolta nella loro casa famiglia e i miei educatori. Ci siamo scattati una fotografia al termine del mio esame orale e sono salita in auto, verso la mia nuova casa.