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Da il Redattore sociale

Gloria Soavi (Cismai): “Il rischio è che i figli imparino e ripetano modelli disfunzionali di genere”. Di violenza assistita si è parlato a un incontro organizzato dell’ambito del Festival della Violenza illustrata. Elena Buccoliero (giudice onorario Tribunale minorenni Bologna): “I casi più difficili? Quando la madre non denuncia i casi di violenza”

 

BOLOGNA – “La prima definizione di violenza assistita l’abbiamo fornita noi nel 2003: prima non si sapeva cosa fosse”. A parlare è Gloria Soavi, presidente di Cismai, il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia. Le prime linee guida risalgono al 2005 e sono state riviste nel 2017 alla luce della Convenzione di Istanbul. Soavi è una delle relatrici dell’incontro “La violenza assistita intrafamiliare e il sistema di protezione” organizzato da Tribunale per minorenni, assessorato alle Pari opportunità e Casa delle donne nell’ambito del Festival della violenza illustrata, in corso a Bologna sino al 4 dicembre.
“I figli di donne maltrattate possono avere conseguenze anche molto gravi nel processo evolutivo – continua Soavi –. Effetti e traumi possono presentarsi sia se sono presenti durante la violenza, sia quando sono assenti ma vedono lividi e sentono rumori di stoviglie rotte. Sperimentano così la paura, l’angoscia, l’impotenza: tutti sentimenti che lasciano ferite profonde”. I rischi, spiega, è che imparino modelli disfunzionali di genere, che queste modalità di rapporto siano interiorizzate, che apprendano che le relazioni intime sono caratterizzate da potere e sopraffazione, e non da amore e rispetto: “Se non adeguatamente supportati, c’è la possibilità che in età adulta riproducano gli stessi comportamenti”.
Le linee guida del 2005 hanno fornito indicazioni a tutti gli operatori rispetto alla rilevazione della violenza assistita, in sé molto difficile da individuare: “Per riuscirci, in primis è indispensabile intercettare i segnali di disagio dei ragazzi”. Come si agisce poi? La prima necessità è fornire protezione per interrompere la violenza. In secondo luogo, si comincia il trattamento. “Purtroppo, la carenza delle risorse non permette sempre una presa in carico adeguata”. Tra i primi aspetti che vengono valutati, è quanto ha inciso il trauma, per capire che tipo di sostegno fornire. Poi, si accompagna il ragazzo a uscire da quella situazione. Ancora, si lavora sulla relazione con la madre, che da queste situazioni simili esce inevitabilmente intaccata. “Dove possibile, si porta avanti un percorso anche per recuperare il rapporto con il padre”.
“Come Cismai insistiamo molto sulla prevenzione”, sottolinea Soavi. Come? Educando a un modo diverso di stare insieme, insegnando il rispetto tra i sessi, trasmettendo informazioni a livello culturale (“cultura che spesso minimizza queste situazioni”, ammonisce). “Altra parola chiave, formazione, in modo che gli operatori siano sempre più competenti a intercettare questo fenomeno”. Fenomeno che viene stimato in crescita: “Non dimentichiamo l’ulteriore declinazione della violenza assistita, quella degli orfani speciali, vale a dire quei bambini e ragazzi che perdono sia il padre sia la madre per mano del padre. E con perdita del padre si intendono sia i casi di omicidio-suicidio, sia i casi in cui il padre finisce in carcere, che è comunque una perdita di fatto”.
“Quella di investimenti in sostegno di donne e bambini vittime di violenza familiare è la voce più presente nei nostri bilanci”. Elena Buccoliero è giudice onorario del Tribunale per i minorenni di Bologna e Direttrice della Fondazione emiliano romagnola per le vittime di reati: “Sosteniamo economicamente molti progetti, spaziando dall’individuazione di soluzioni abitative all’accompagnamento scolastico passando dal supporto delle fragilità psicologiche”.

“Il Tribunale per i minorenni è continuamente coinvolto in casi di violenza familiare. Quando ci sono liti violente all’interno di una coppia con figli, le forze dell’ordine ce ne danno immediatamente notizia”. Buccoliero mette l’accento su tutti quei casi di violenza intrafamiliare che però la donna, per una molteplicità di motivi, non vuole denunciare: “Sono questi i casi più difficili. Al bambino fa male crescere in una situazione di violenza continua. Noi offriamo sempre supporto: possiamo chiedere l’allontanamento del marito violento, possiamo rivolgerci al SerT in situazioni di abuso, possiamo consigliare un percorso psicologico”. E se, all’inizio del suo percorso in tribunale, nei casi di violenza intrafamiliare erano la moglie e gli eventuali figli a essere allontanati dalla casa, da circa 7 anni è il marito che viene allontanato, “questo perché riservare alle vittime un’attenzione ancora maggiore”.
Buccoliero, poi, si sofferma sull’attualità. Lo fa riferendosi ai ddl sull’affido condiviso: “Voglio ribadire ancora una volta che, a oggi, non è possibile prescrivere percorsi di mediazione nei casi di violenza familiare. Ancora, ci tengo a sottolineare che la bigenitorialità è un diritto e non una dannazione. Vorrei che ascoltassimo di più i bambini, che rispettassimo le loro idee e i loro sentimenti. Questo ci faciliterebbe nell’individuazione della violenza”. (Ambra Notari)