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Strano film, questo “Locke”: un uomo guida nella notte verso Londra e noi siamo con lui in macchina, nei 90 minuti di tempo del suo tragitto, seguendo il suo dialogo telefonico quasi ininterrotto ed entrando in diretta in uno spaccato della sua vita. E’ un film che parla di genitori, e di come un uomo può correre via dalla sua storia per cercare di scriverne una diversa… per essere diverso da un padre che lo ha abbandonato… e ritrovarsi invece a correre in cerchio e tornare proprio al punto di partenza, dove abbandonerà i suoi figli… proprio come ha fatto suo padre.
Il viaggio in cui lo seguiamo porta Ivan Locke verso un ospedale in cui sta per nascere suo figlio, frutto dell’incontro con un’amante occasionale. Per essere vicino a questo bambino Locke fugge da una moglie e da 2 figli; noi assistiamo al dramma della donna che apprende al telefono che suo marito sta per avere un figlio, e dei figli, che vedono la madre andare in mille pezzi e non capiscono perché il padre, improvvisamente, quella sera non torni a casa…. abbandonati.
Così la scelta di essere presente alla nascita di un figlio solo apparentemente rende Locke diverso da suo padre, nella realtà per non abbandonare un neonato che (almeno in questo momento) non si accorgerà nemmeno della sua presenza, altri 2 figli stanno soffrendo il suo abbandono, proprio come lui ha sofferto l’abbandono di suo padre….
Le storie si ripetono anche quando cerchiamo in tutti i modi di evitarlo, perché il filo della ripetizione non passa nelle nostre mani ma nelle nostre menti e nei nostri cuori, molto più difficile da rintracciare….
Lavorare con un genitore per sostenere la sua genitorialità e la sua possibilità di scrivere un’altra storia vuol dire andare alla paziente ricerca di quel filo…

Parole chiave: Genitorialità, Abbandono