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Il tempo, la giustizia, le indagini ci aiuteranno a comprendere che cosa è successo davvero a Bibbiano. Ma è giusto far sapere che in nessun centro di terapia infantile dove operano psicoterapeuti si fanno “lavaggi del cervello” (di Alberto Pellai).

Da FAMIGLIA CRISTIANA

L’ indagine che in provincia di Reggio Emilia vede indagati psicologi, un sindaco, operatori socio-sanitari e amministratori pubblici scuote la società e le coscienze di tutti noi. Secondo l’ indagine, nuclei familiari fragili avrebbero perso la potestà genitoriale dei propri figli, dati in affido ad altre famiglie del territorio. Questa pratica, che causa dolore, lacerazioni, sofferenza, è solitamente messa in atto dai servizi sociali nei casi in cui il benessere del bambino risulta gravemente compromesso. Ovvero: se come operatore comprendo che lasciare quel bambino in quella famiglia anche un solo giorno in più comporta metterlo a rischio di abusi o di gravi lesioni della sua salute psicofisica, allora ne predispongo l’ allontanamento dal suo nucleo famigliare a rischio, per tutelarne l’ incolumità e  metterlo in sicurezza affidandola ad una struttura ad hoc oppure ad un’ altra famiglia, che ne diventa affidataria.

Nell’ indagine di Reggio Emilia, sembra che a Bibbiano nell’ arco di un tempo relativamente breve, i bambini allontanati dalle proprie famiglie siano stati molto più numerosi di quanto avviene in tutti gli altri territori della nazione e che questo abbia allarmato le Procure avviando un’ indagine ad hoc. Indagine che ha portato alla luce un sovraffollamento di allontanamenti famigliari con conseguente affido, dettati – così sembra – da motivazioni economiche prevalenti su quelle realmente adducibili alla tutela dei minori. Il giro di denaro legato alle consulenze e agli accertamenti associati a questo modello di intervento appare essere uno dei motivi principali che vede sul banco degli imputati i molti indagati. Ovvero: e se invece dell’ interesse delle vittime, gli indagati avessero agito per interesse personale? Indigna immaginare che la salute dei bambini sia utilizzata come pretesto per l’ arricchimento personale. E qui, la magistratura, sembra non avere dubbi. La lista degli indagati contiene nominativi che avrebbero tratto profitti personali – e si parla di cifre ingenti – da questo meccanismo. Le notizie dei giornali sembrano poi puntare il dito sulle tecniche utilizzate per “confondere” le memorie e i racconti dei bambini, per farli pervenire ad uno stadio di inconsapevolezza tale da renderli capaci di affermare qualsiasi cosa. I media hanno messo in prima pagina parole come “elettroshock” e “lavaggio del cervello”. Ora, è proprio su questi aspetti che come operatore del settore, sento che va fatta qualche specifica. In nessun centro di terapia infantile dove operano psicoterapeuti si fanno elettroshock. E quando si deve diagnosticare un problema come “l’ abuso sessuale di un minore” noi specialisti sappiamo di camminare su un filo e su un terreno davvero impervio. Se non c’ è stata penetrazione della vittima, infatti, gli abusi sessuali quasi mai lasciano segni sul corpo di chi li ha subiti,  rendendoli non diagnosticabili con l’ esame clinico e obiettivo del paziente. Spesso per fare diagnosi, l’ elemento dirimente e fondamentale è la testimonianza della vittima. Le vittime di abuso sessuale a volte sono minori, con ridotte capacità di linguaggio e una fortissima tendenza a non parlare di ciò che hanno subito. Stare al loro fianco per comprendere cosa c’ è dietro ai loro silenzi, alle loro paure e far emergere elementi che aiutino a comprendere in modo oggettivo se c’ è o non c’ è stato abuso e vittimizzazione è un lavoro certosino, tecnicamente molto complesso che implica una grande preparazione, una notevole capacità di ascolto e una competenza tecnica non ottenibile da tutti. Chi parla con un bambino sospetto vittima di abusi, sa che non deve – MAI E POI MAI – usare domande e modalità induttive, ovvero portare quel minore a dirci quello che noi ci aspettiamo che ci dica, elemento che potrebbe compromettere in tutto e per tutto il valore del suo racconto in fase giudiziaria. Questo sembra essere uno degli errori più clamorosi commessi dall’ equipe che si è occupata dei casi oggi al centro della cronaca. L’ ansia e la fretta di allontanare i bambini dalle famiglie sembra aver accelerato, intensificato e condizionato il modo con cui i terapeuti e gli operatori stavano al loro fianco. L’ indagine ci dice che questo è stato fatto a scopo di profitto. A volte, però, succede, che gli operatori siano così preoccupati di tutelare la salute del bambino, da fare molti errori tecnici semplicemente per metterlo al salvo in fretta.

In questo momento, dove tutta la nazione grida allo scandalo perché sembra che alcuni operatori dell’ infanzia siano stati più avidi che competenti, io invito tutti a dare tempo al tempo. A non fare di tutta l’ erba un fascio. Nelle ultime ore sui social si leggono frasi tremende sui servizi sociali in generale, sulla categoria degli psicoterapeuti dell’ età evolutiva, sugli interventi di protezione dell’ infanzia, sulla ong e sulle onlus che se ne occupano. Come se chi si occupa dell’ infanzia appartenesse ad una banda a delinquere e non ad una categoria di professionisti sinceramente e deontologicamente dedicati a preservare il benessere dei più deboli e vulnerabili: ovvero i bambini, che non possono dare voce e parola al proprio disagio.

Non dimentichiamoci, che a volte le stesse cose le diciamo per bambini che sono stati lasciati nelle loro famiglie abusanti, che sono stati violentati e uccisi in contesti multiproblematici. In tali frangenti, la vox populi si alza con uguale violenza contro gli stessi operatori, accusandoli di aver lasciato quei minori nelle mani di famiglie che non solo non sapevano accudirli, ma che addirittura hanno procurato loro violenze a volte irreparabili.

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