Assistente sociale VS Covid-19 Postato il 13 Giugno 2020

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Pubblichiamo oggi un testo di Paola Turano, Consigliera Cismai, che ci è stato inviato il 28 marzo, in piena pandemia e durante il lockdown. In quei giorni tanti erano i nostri soci, consiglieri e operatori che ci hanno raggiunti con le loro storie e testimonianze. Recuperiamo questo perché crediamo che ricordare quei giorni serva a non dimenticare, oggi, la prudenza necessaria per non ritrovarci nelle stesse condizioni. Ma soprattutto perché le emergenze che Paola ha elencato a marzo corrispondono esattamente ai problemi che ci attendono nei prossimi mesi. Il pezzo è datato 28 marzo 2020, ma i problemi portano la data di oggi e saranno anche gli stessi dei prossimi mesi perché ricucire le ferite, provvedere a nuove forme di tutela, ristabilire il contatto con la parte fragile della società richiederà tempo e impegno

 

Una bella sfida a cui sono chiamati a rispondere gli assistenti sociali. Non sono in trincea come gli operatori sanitari, ma lavorano ugualmente dietro le quinte. Riconosciuti come servizi essenziali, i Servizi sociali, non possono chiudere, certo, possono limitare gli spostamenti e lavorare in smart-working. Ma per chi fa questo lavoro, il contatto fisico, poter guardare negli occhi la persona, allungare una mano per dare una carezza, è di fondamentale importanza. È difficile lavorare dietro un filo del telefono. L’assistente sociale analizza e valuta domande e bisogni delle persone che si rivolgono al servizio. Egli svolge una contrattazione con l’utente, al fine di superare la sua condizione di bisogno. E’ una professione a stretto contatto con l’utenza, con il minore e la sua famiglia.
L’assistente sociale nasce dopo periodi di crisi, di guerra, per dare aiuti concreti alle famiglie. Con l’avvento della Prima Guerra Mondiale, venne dato un forte impulso al community work che attraverso la crisi del ’29 ebbe una marcata evoluzione, tanto da divenire, tra gli anni quaranta e cinquanta, uno dei metodi del servizio sociale.
Questo momento storico segna un altro passo importante per trasformare il nostro lavoro, ne usciremo, ne usciremo cambiati, la professione cambierà.
Ci reinventeremo un’altra volta, un altro lavoro, cercheremo di rispondere alle tante esigenze, disagi che questo nuovo virus ha portato. Si, perché il lavoro più grosso deve ancora venire. Ci saranno molte famiglie con gravi perdite economiche, ci saranno minori emarginati, ragazzi troppo presi dalla vita virtuale dei giochi che faticheranno a socializzare con i pari. Ci saranno bambini che per mesi hanno vissuto nell’ombra, ci sarà anche chi non ha avuto la possibilità di collegarsi alla didattica on-line, rimanendo indietro con il programma scolastico. Ci saranno i più piccoli, senza stimoli nel creare né inventare giochi nuovi, anche solo fatti di carta e cartone. E poi ci sono gli anziani, rimasti per troppi giorni da soli, una solitudine che pesa con l’unico pensiero fisso: morire da soli. Ma anche per i disabili, questo periodo avrà segnato la loro vita negativamente. La paura di non poter uscire e rimanere paralizzati in casa si è concretizzata, e questa volta per tutti. E un pensiero profondo ritorna ai nostri bambini, quelli con poche possibilità di cambiare la loro vita, quelli che si aggrappano agli adulti, alle istituzioni che provano a dare loro voce, spazi e gambe per correre verso un’altra vita, una migliore. Ma come aiutarli in questo momento di chiusura delle scuole? Quello spazio che poteva per primo individuare il maltrattamento, poteva
dare il tempo di stare lontani dalle urla degli adulti, li proteggeva da insulti, maltrattamenti e abusi.

Eh si, sono sempre i bambini, i più fragili, a patirne le conseguenze. Come spiegare loro l’obbligo di rimanere a casa? In una casa dove le urla dei genitori sono insopportabili per poche ore al giorno, (in una routine quotidiana tra scuola e uscite), figuriamoci per 24 ore. Una casa dove sei considerato meno di zero e la tua autostima fatica a trovare spazio, quella casa legata a ricordi bruttissimi, botte, abusi e nessuna difesa, nessuna tutela da parte di chi avrebbe dovuto proteggerti da tutti, da parte di chi ti ha messo al mondo, un mondo che consideri malato, che ti fa ammalare.
E poi ci sono i numerosi minori inseriti nella comunità, che non possono uscire e vivere la quotidianità, hanno interrotto anche gli incontri con i genitori, i nonni, gli zii, perché uscire è troppo pericoloso. Le moltissime famiglie affidatarie che si ritrovano a gestire il tempo dei bambini, quel
tempo che non passa mai. Si fa sempre più spazio la necessità di garantire la continuità dei servizi essenziali rimodulando le attività che possono rivelarsi più importanti in questo contesto. Lo scenario che si presenta è grigio, è lungo, c’è bisogno di aiuti, diventa prioritario il lavoro sinergico con le strutture sanitarie.
Molte attività sono state chiuse, a seguito dei vari decreti di contenimento del nuovo coronavirus, non potendo così entrare nelle case, raggiungere la popolazione più fragile, questo limite ci rende impotenti, il nostro lavoro è un lavoro di comunità non di solo ufficio, non di scrivanie e telefoni.
Certo, sappiamo trovare soluzioni alternative per venire incontro alle esigenze di tutti, non più luoghi neutri ma video chiamate, non più educative domiciliari ma telefonate, non più oratori ma giochi di gruppo on-line.
Molti colloqui diventano telefonici, pacchi alimentari lasciati davanti alle porte, consigli su attività ludico ricreative da fare a casa, magari con materiale di recupero facilmente trovabili in casa. Rapporti telefonici anche con le scuole, per collaborare insieme cercando di raggiungere, chi
in un modo chi nell’altro, tutti i minori conosciuti. Anche con i Tribunali le attività continuano, seppur in maniera ridotta, le email, le telefonate per le comunicazioni più urgenti.
Per quanto tempo lavoreremo cosi?
L’incertezza del tempo ci rende impotenti, per adesso c’è solo una soluzione, andare avanti e non lasciare soli nessuno, perché sappiamo che in queste situazioni, anche solo una telefonata fa bene al cuore.
E così, possiamo dire, con tutta la nostra forza: NOI CI SIAMO, insieme cercheremo il modo per aiutarvi, come sempre.
Ci ritroveremo e allora sarà più bello riabbracciarci.

Paola Turano – Assistente sociale – Consigliere CISMAI