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Già a partire dalla fine degli anni novanta,  lo studio epidemiologico ACE (Adverse Childhood Experiences)  di Felitti e Anda, aveva fornito una moltitudine di analisi, retrospettive e prospettiche , sull’effetto delle esperienze traumatiche infantili sulla salute mentale e  fisica, sull’aspettativa di vita e sui  costi dell’assistenza socio-sanitaria. Lo studio evidenziò che tutte le forme di violenza domestica rientrano nelle esperienze sfavorevoli infantili e rappresentano esperienze potenzialmente traumatiche di cui oggi conosciamo bene gli esiti a breve, medio e lungo termine. 

Nonostante le numerose evidenze cliniche e scientifiche ampiamente condivise e documentate , il il quadro clinico del trauma interpersonale infantile, risulta ancora sottostimato e poco diagnosticato dai servizi. Per tale ragione nel 2012 Ruth Lanius aveva paragonato la diffusione del trauma infantile ad una “epidemia sommersa” e in questi giorni Robert Block, ex presidente dell’American Academy of Pediatrics, ha affermato che le esperienze sfavorevoli infantili sono “la più grande minaccia non affrontata per la salute pubblica”. Oltre il 60% degli adulti negli Stati Uniti sarebbe stato esposto ad eventi traumatici infantili riportando esiti psicopatologici come ansia, depressione, malattie psichiatriche, malattie organiche quali malattie autoimmuni, cardiovascolari, respiratorie, metaboliche etc. 

Il rapporto di Lisa Jo Symonds “Trauma infantile:la causa che ha bisogno di una cura”, pubblicato sul Trauma Recovery 2020, sottolinea il valore dell’individuazione precoce delle condizioni di violenza infantile che originano il trauma psicologico e sottolinea l’urgenza di individuare strumenti di screening accurati, piani di prevenzione e protocolli di intervento verificati nell’efficacia. L’articolo, rappresenta una preziosa sintesi delle conoscenze attuali sul trauma interpersonale infantile sul piano neurobiologico, epigenetico e clinico riportando gli alti costi sul sistema di assistenza socio-sanitario per il trattamento delle malattie fisiche e mentali conseguenti. 

Sulla base di tali evidenze, il CISMAI, nel corso di questi anni, ha avviato percorsi formativi e linee di indirizzo sulla prevenzione,  la tutela, la presa in carico, la diagnosi e la cura precoce del trauma infantile al fine di migliorare la formazione degli operatori e favorire l’accesso ai servizi per i bambini traumatizzati, le loro famiglie e la comunità. 

Puntando all’applicazione delle conoscenze scientifiche, il CISMAI, ha portato questi contributi anche all’attenzione dei decisori politici, sui tavoli nazionali e locali, così da orientare l’organizzazione dei servizi a modelli d’intervento in grado di fronteggiare le necessità assistenziali di questa fascia di popolazione. Ne sono un esempio i modelli organizzativi della rete dei servizi contro l’abuso e il maltrattamento all’infanzia che, in Puglia e nel Lazio, hanno previsto l’istituzione di centri specialistici per la cura del trauma interpersonale infantile (vedi “Linee guida regionali in materia di maltrattamento e violenza nei confronti delle persone minori per età” D.G.R. 1878/2016 della Regione Puglia  e “Potenziamento della Rete regionale in materia di contrasto all’abuso, al maltrattamento e al bullismo ai danni di minori – Linee guida per l’attività delle Equipe Specialistiche di 2 livello dei Servizi TSMREE”: Decreto del Commissario ad Acta 15 maggio 2019, n. U00165 Regione Lazio). 

Attualmente, purtroppo, in Italia non esiste una rete di servizi uniforme e omogenea su tutto il territorio nazionale e sarebbe auspicabile promuovere la massima diffusione delle conoscenze e delle operatività  per la prevenzione  del trauma infantile così da garantire la salvaguardia  della salute pubblica. 

 

Maria Grazia Foschino, vicepresidente CISMAI

 

[Pic credits Marco Verch https://flic.kr/p/2ipQm5w]