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di Francesco Vadilonga, Consiglio direttivo CISMAI e Direttore CTA

 

Questi giorni di isolamento sociale lasceranno un segno e non sarà facile occuparsi del dopo: stress, paura, rabbia, senso di abbandono, impotenza, senso di colpa, emozioni e disorientamento. Siamo tutti esposti a reazioni emotive forti. Lo sono i medici e gli infermieri, impegnati negli ospedali e lo sono gli operatori sociali che si occupano delle persone in fragilità. Lo sono le famiglie e i loro bambini, gli adolescenti e le persone avanti con gli anni. Lo sono i minori ospiti delle case di accoglienza.

E’ così che psicologi e psichiatri si ritrovano ad adottare modalità a distanza con i pazienti, per non interrompere le terapie, ma anche ad affrontare con l’ausilio delle tecnologie nuovi casi di persone che manifestano sintomi da ansia e da stress. Ma se le tecnologie aprono a nuove possibilità, allo stesso tempo si evidenziano alcune criticità che non possono essere sottovalutate, soprattutto se in futuro la consultazione a distanza dovesse divenire uno strumento da utilizzare anche senza ragione legate all’emergenza. Oggi però proprio le tecnologie ci aiutano a non lasciare solo nessuno. E per vincere questa sfida abbiamo bisogno di ogni strumento che si renda utile, non solo sul piano sanitario, ma anche sociale.

Abbiamo bisogno di tenere traccia di questi giorni, perchè quando saranno finiti ci si possa occupare con consapevolezza degli effetti che la pandemia sta producendo dentro le case, nelle persone e nelle loro vite. Questo è il nostro obiettivo, esserci oggi per chi ha bisogno e farci trovare pronti per il futuro.

 

Buona lettura!

 

All’emergenza sanitaria che ha investito il nostro paese si aggiunge quella psicologica e sociale: la comparsa del Coronavirus nelle stanze della terapia era inevitabile e lascia emergere molte sfide nell’affrontare i nuovi modi di lavorare con i pazienti.

Diverse associazioni specializzate nella psicologia dell’emergenza e nel trauma, oltre che gli ordini professionale e molti  gruppi di colleghi in tutta Italia, stanno organizzando ed offrendo sportelli online, help-line, Pronti Soccorsi Psicologici.

L’offerta è rivolta agli operatori sanitari che in questo momento sono in prima linea nell’affrontare l’emergenza sanitaria e alla popolazione, provata, non solo dalla paura del contagio, ma dalla gravosa limitazione della vita sociale che incide sul benessere psichico e relazionale di tutti.

 

Anche chi aiuta ha bisogno di aiuto

L’offerta rivolta gli operatori sanitari intende fornire sostegno da remoto a chiunque ne abbia bisogno e lavori nell’ambito della sanità. Anche chi aiuta ha bisogno di aiuto. Mai quanto ora, medici, infermieri e altri operatori della salute potrebbero avvertire la necessità di supporto psicologico, non solo per se stessi, ma anche per poter sostenere meglio le persone malate. Per chi è in prima linea il carico di lavoro è decisamente alto, come forti sono la frustrazione e il senso di impotenza dinnanzi ai tanti decessi. Gli effetti della traumatizzazione secondaria modificano in negativo gli schemi cognitivi e le modalità di lettura del proprio lavoro in seguito all’esposizione prolungata al pericolo e al coinvolgimento emotivo con persone travolte da eventi ad altissimo impatto, fino a lasciare nei soccorritori stessi importanti esiti traumatici. Se non riconosciuti ed affrontati, questi ultimi possono portare ad una sindrome post-traumatica da stress e/o ad una sindrome di burn-out. A ciò si aggiunge la paura per l’esposizione continuativa al rischio del contagio proprio o dei propri familiari.

 

Rispondere con reazioni emotive “normali’” ad una situazione “estrema”.

            L’offerta alla popolazione si pone come obiettivi quelli di favorire la comparsa e lo sviluppo di capacità di adattamento agli eventi stressanti. Da una prospettiva psicotraumatologica l’improvvisa perdita del senso di protezione e sicurezza ha attivato il nostro sistema di difesa innato. Quando ci sentiamo davvero minacciati l’attivazione del sistema di difesa serve a farci agire velocemente a protezione della nostra vita. Ma se il sistema di difesa viene sollecitato in modo eccessivo, continuativo e incoerente si disregola, perde efficacia. Si rende quindi necessario aiutare gli individui a riconoscere e potenziare le risorse personali, a rispondere con reazioni emotive “normali’” ad una situazione “estrema”. Bisogna inoltre considerare i gruppi sociali più vulnerabili; le famiglie in crisi e le persone che soffrono di ansia, depressione o altri disturbi psichici, esposte alle ricadute del corona virus sulla vita sociale. Affrontare l’isolamento e rimanere per un lungo periodo di tempo tra le quattro mura di casa non è affatto semplice per nessuno e quindi ancora meno per i nostri pazienti. Per loro molti specialisti si stanno organizzando per continuare il supporto a distanza via web.

Particolare preoccupazione destano le situazioni familiari conflittuali, in cui l’isolamento e la convivenza forzata espone maggiormente al rischio di violenza e rischia di privare i bambini della protezione di cui hanno bisogno.

 

L’importante ora è che nessuno si senta abbandonato.

Si possono continuare ad avere contatti con i propri pazienti, per trattamenti, psicoterapie e consulti, attraverso strumenti come Skype, Zoom e le numerose piattaforme oggi disponibili. Dobbiamo incrementare questo tipo di interazione; in questa situazione straordinaria di forte criticità e limitazioni, la terapia online si sta diffondendo diventando una preziosa risorsa per i professionisti, nonché un’opportunità per i pazienti. Ma è probabile che una volta “rotto il ghiaccio” questa modalità che viene sperimentata in modo massiccio ora, dopo i timidi tentativi messi in atto in passato, in futuro rimanga come modalità possibile e indicata in molte situazioni.

 

Criticità e limiti

L’assenza di contatto fisico; una terapia “vis à vis” permette una miglior sintonizzazione, favorita dalla vicinanza e dall’interazione diretta; la ricchezza di una interazione in cui è possibile cogliere le sfumature, le interazioni non verbali, è difficilmente riproducibile in una piattaforma online. Le ricerche svolte in materia, soprattutto all’estero, divergono come sempre. Alcune sembrano sfatare ogni dubbio, relegando certe perplessità in materia a semplici pregiudizi. Altre confermano risultati significativamente migliori nelle terapie “vis à vis” anche per quanto riguarda la sintomatologia e la qualità dell’alleanza terapeutica.

Si pone, inoltre, il problema della privacy, non tanto per quanto riguarda il consenso informato che pur deve essere previsto, ma soprattutto al fine di garantire l’assenza di persone terze durante il colloquio sia esso singolo, di coppia familiare.

 

Due episodi

Il primo riguarda la terapia con un giovane adulto adottato. Alla fine di una seduta su skype particolarmente intensa, al momento del congedo il paziente sposta l’obiettivo del suo telefonino sulla compagna e mi fa salutare; realizzo che la compagna ha assistito a tutta la seduta a mia insaputa, con l’aggravante che si tratta di una accuditrice compulsiva con forti istanze di controllo sulla vita del paziente.

Il secondo riguarda la terapia con un adolescente; il ragazzo al fine di “guadagnarsi” la possibilità di non essere ascoltato dai genitori (la famiglia di quattro persone abita in un appartamento di poche decine di metri quadri) sale all’ultimo piano del palazzo e si arrampica sul tetto.

Inoltre molte piattaforme offrono la possibilità di registrare direttamente la conversazione o con semplici applicazioni è possibile registrare tutto ciò che appare sullo schermo.  L’impegno a non registrare, in alcun modo la seduta deve essere posto e il suo rispetto monitorato, per le evidenti implicazioni giuridiche, etiche e morali. La situazione diventa ancora più delicata nel lavoro psicologico valutativo su richiesta dell’Autorità Giudiziaria  che merita una trattazione autonoma.

 

Il dopo emergenza

Quando inizieranno i segnali positivi di contenimento dell’epidemia bisognerà predisporre, come sta avvenendo ora in Cina, un piano di lavoro di consulenza psicologica per i pazienti di COVID-19, le loro famiglie, le famiglie dei pazienti caduti, i gruppi vulnerabili e tutte le persone segnate dai provvedimenti di “protezione” dal contagio. Sarà necessario un approccio trasversale, multidisciplinare con team e gruppi di lavoro speciali composti da professionisti del trauma, assistenti sociali, educatori e volontari per aiutare le persone a superare lo stress psicologico subito con la malattia e con l’isolamento sociale, in particolare nelle regioni più colpite. Particolare attenzione andrà data ai bambini, al rischio che interiorizzino questo periodo di imprevedibilità e di forzato isolamento. Una mia paziente, vittima di violenza di genere, da poco meno di un mese dimessa dalla comunità, dopo un percorso di due anni, oggi “reclusa” in casa con suo figlio di 4 anni, mi ha scritto: “….e comunque il mio problema adesso è solo uno; è stato mio figlio a far emergere la mia paura: ”Mamma, se ti ammali chi si prenderà cura di me?”.

Dovrebbe iniziare subito una narrazione sociale in grado di contrastare le paure di adulti e bambini, di favorire la “costruzione” di ricordi positivi, che possano neutralizzare quelli negativi, che ci sostenga nel vivere questo tempo strano e surreale in un modo che sarà possibile ricordare in futuro come una sfida che abbiamo vinto.