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da VITA

In questa crisi del Covid-19, che ci sta perseguitando dal 21 febbraio scorso, due sole dimensioni hanno attratto la quasi totalità delle attenzioni da parte sia dei soggetti pubblici istituzionali sia della politica e degli stessi cittadini: la dimensione sanitaria e quella economico-finanziaria. Nessuno potrà mai negare che si tratti di dimensioni di centrale rilevanza, ma sono le sole che devono essere prese in considerazione? Non lo credo proprio.

Ciò a cui finora è stata prestata scarsa attenzione è la dimensione socio-relazionale e spirituale. Il fatto è che le persone in carne ed ossa – come si è soliti dire – soffrono non solamente per il dolore fisico che avvertono, ma pure per la situazione di abbandono e di isolamento in cui vengono a trovarsi in conseguenza della malattia. Ne deriva che, quando si dice “prima la salute”, si dice una verità parziale se la si intende in modo riduzionistico, come finora è accaduto, salvo rare eccezioni. Non mi pare, infatti, che la categoria di bene relazionale sia mai stata chiamata in causa in questa triste emergenza.

Questa considerazione mi porta a fissare per un attimo l’attenzione su una lacuna registrata nella gestione della crisi. Si tratta di questo. Il nostro Paese vanta un insieme variegato di enti di Terzo Settore che non teme confronti a livello internazionale. In questo mondo vitale, tanti sono coloro che con competenza e passione si occupano da tempo di erogare servizi e assistenza sanitaria. Penso a organizzazioni come ANT, AIL, VIDAS, AVIS e a tante altre ancora; alle associazioni di volontariato ospedaliero (AVO), a “Medici senza frontiere”; a cooperative sociali che si dedicano agli anziani non autosufficienti e ai portatori di disabilità varie, alle Misericordie e altre APS. E così via. Ebbene, nei tavoli o cabine di regia dove si andavano disegnando le strategie di intervento, questo mondo non è stato invitato a dare il contributo di cui è altamente capace.

Quale contributo, per farmi capire? Primo, l’apparato di conoscenze e informazioni che solo chi opera sul territorio e per il territorio è in grado di fornire. Secondo, l’assolvimento di mansioni come il rilevamento della temperatura corporea, il prelievo dei tamponi, il trasporto degli ammalati. (Si pensi al beneficio che ne avrebbero tratto medici e infermieri, ormai allo stremo delle forze). Terzo, e soprattutto, la predisposizione di vere e proprie azioni di pedagogia sanitaria e di educazione alla responsabilità intesa non tanto come imputabilità, ma come farsi carico del peso delle cose, del prendersi cura dell’altro. (Ricordiamo tutti l’ “I care” di don Lorenzo Milani).

Si dirà: ma non bastano gli annunci, le raccomandazioni, i decreti? No. Come da tempo la scienza sociale ci indica, con una schiera di evidenze empiriche, se la norma che viene imposta non è percepita, e quindi interiorizzata dal cittadino come equa e finalizzata al bene comune, essa non verrà rispettata, nonostante rigidi sistemi di esecutorietà. Ecco perché sono necessari educatori specializzati, il cui ruolo è proprio quello di convincere, cioè persuadere, le persone che tra norma legale e norma sociale non c’è discrasia, anzi c’è piena convergenza. È questa la grande missione del Terzo Settore, come espressione organizzata della società civile, che né lo Stato né il mercato sono in grado di assolvere. (Mi piace ricordare che tale punto era stato chiaramente compreso da Giacinto Dragonetti nel suo celebre saggio Delle virtù e dei premi, del 1766. Ma l’italica furbizia stese un velo di pietoso silenzio su quel saggio, con le conseguenze che ben conosciamo).

 

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